Una bellissima esperienza al cinema per 370 dei nostri studenti che giovedi 15 febbraio si sono recati al Teatro Politeama Multisala Poggibonsi dove hanno potuto visionare il film "My name is Adil" e dialogare con uno dei registi e protagonista del film, Adil Azzab. Tante le domande e i tanti i temi affrontati durante il dibattito coordinato da Mario Lorini: con grande delicatezza sono stati affrontati infatti i temi dell'immigrazione, della famiglia, del perdono.
http://www.politeama.eu/2018/02/20/una-mattinata-con-adil/
Riflessioni sul film My name is Adil e sull’incontro con il regista di Federico Gozzi della VAFM
Ho avuto la possibilità di conoscere il lungometraggio “My name is Adil” grazie all’evento organizzato dall’ Istituto Superiore Roncalli di Poggibonsi e da Fondazione Elsa giovedì 15 febbraio presso il Cinema Teatro Politeama di Poggibonsi e a cui hanno partecipato numerosi studenti ed insegnanti. È stata una bellissima esperienza poiché ci ha permesso, oltre alla visione del film, anche di conoscere il regista Adil Azzab, il quale ci ha raccontato direttamente la sua storia, integrandola con la narrazione della pellicola. È stato un momento toccante, arricchente e proficuo per via delle numerose domande poste da alcuni studenti ed insegnanti al regista, che è stato disponibile ed esaustivo nelle sue risposte, mantenendo alta l’attenzione della platea e stimolando una attiva riflessione sul tema trattato.
“My name is Adil” è un film del 2016 scritto e diretto da Adil Azzab, Andrea Pellizzer e Magda Rezene. La pellicola è di genere biografico e tratta della storia di Adil, della sua infanzia vissuta in Marocco e la sua gioventù trascorsa in Italia in seguito al suo trasferimento.
Il film, nonostante i limiti di budget, risulta ben fatto. Si mantiene molto dal punto di vista tecnico su un’impostazione molto classica, con inquadrature di ampi spazi aperti, sopratutto nella parte girata in Marocco, le quali rimandano alla mente immagini riprese in film cult e in altre opere cinematografiche. La recitazione è stata svolta da attori non professionisti, (di cui alcuni direttamente osservatori e protagonisti della storia narrata) decisione che ha determinato una più “genuina” e veritiera narrazione dei fatti, la quale ha reso la stessa pellicola più coinvolgente sopratutto dal punto di vista emotivo. La colonna sonora risulta azzeccata, con musiche dai toni cupi alternate da canzoni in lingua araba, che evidenziano la condizione interiore del protagonista, in una perenne lotta per la realizzazione della sua ambizione di avere una vita migliore e alla ricerca del proprio “Io”.
E’ proprio questo uno dei temi fondanti del film: il protagonista fugge dal Marocco perché aspira a una condizione dignitosa e libera dalle catene che le condizioni familiari e nazionali sembrano tenerlo legato, ma all’arrivo in Italia capisce che, nonostante tutto, non si sente a suo agio in terra straniera e ha una sensazione crescente di solitudine. Allo sradicamento dell’individuo alla propria terra, atto che determina conseguenze disastrose nel campo economico-culturale, si somma il sentimento di alienazione ed estraniamento che si prova una volta giunti in Europa e in Occidente. Nella pellicola, in una scena particolare, il nonno del protagonista afferma che se il proprio padre e i più intraprendenti membri della comunità del villaggio, appartenenti alla sua generazione, non fossero emigrati molti anni prima, quella piccola comunità sarebbe progredita. Invece, con lo svuotamento delle forze più giovani e capaci, il villaggio è rimasto agli stessi livelli in cui si trovava 50 anni prima, avendo come conseguenza il mantenimento di realtà come lo sfruttamento e la violenza.
Nonostante questo,il film si dimostra senza retorica e rigetta ogni tentativo di etichetta politica, diversamente da molti altri lungometraggi trattanti lo stesso tema, in modo da risultare imparziale. È una pellicola che osa molto, presentando un tema di immensa complessità e smontando ogni pretesto che si può avere per utilizzarlo a sfondo politico. A questo proposito va aggiunto che non viene nominato l’Islam, ma viene utilizzato un più generico “Dio”.
La pellicola però si concentra sopratutto sulla vicenda personale di Adil, inizialmente sognatore e speranzoso di raggiungere il padre e mettere fine all’oppressione dello zio, violento e sfruttatore, ma poi vi è la sua disillusione. La sua storia ci viene raccontata anche tramite metafore bellissime: la scoperta dell’elettricità, mostratoci non solo come progresso dell’umanità ma anche come progresso personale, poiché il protagonista, nel preciso momento in cui scopre la lampadina e quindi la potenza dell’elettricità, prende concretamente forma il suo desiderio di raggiungere l’Italia, facendo evolvere a livello intellettuale(da notare che quando ancora non aveva ancora idee chiare sul suo futuro ci viene mostrato nell’atto di spegnere un cero). Anche il taglio di capelli, che non rappresenta il suo adeguamento all’Occidente ma semmai la volontà di buttarsi il passato alle spalle. O ancora, il tuffo nel mare, e quindi il superamento delle sue paure e delle sue angosce in merito alla sua crisi d’identità. E’ un film che non si ferma alle apparenze, ai luoghi comuni e che vuole mostrare in modo oggettivo una realtà troppo spesso ridotta e minimizzata in modo alquanto semplicistico nel dibattito nazionale e internazionale. Si legge tra le righe il suo disappunto sul mondo moderno, complice di rendere le nostre esistenze solitarie, al contrario di realtà con aspetti più comunitari, come quella del villaggio, senza però elogiare quella esistenza fatta di destini già scritti e gerarchie d’acciaio.
Il film scorre bene fino al finale che lascia con l’amaro in bocca: dà quasi la sensazione di aver tagliato a metà il film, rendendolo privo di una conclusione che potesse veramente entusiasmare. Questo dettaglio non incide troppo in modo negativo sulla qualità del film, ma risulta un po’ destabilizzante, facendo ricordare allo spettatore di non essere immerso dentro le vicende, ma di essere solo un mero osservatore della storia narrata.
Quindi “My name is Adil” nel complesso risulta molto ben fatto, sia dal lato tecnico sia dal lato della sceneggiatura, nonostante alcuni limitatissimi difetti dovuti più a limiti di budget che a difficoltà strutturali della scrittura del film.
Personalmente ritengo che questo film abbia colto nel segno, poiché tratta un tema molto complesso ed attuale senza scadere nella banalità e riesce a coinvolgere lo spettatore, il quale si sente partecipe delle vicende narrate anche perché la pellicola non impone giudizi ad esso ma lo lascia libero di decidere cosa sia più giusto.
Federico Gozzi – VAFM – I.I.S. Roncalli Poggibonsi (Si)


